dsclmr:...
All content on this website (including
text, photographs, and any other original works), is licensed under
a Licenza
Creative Commons.
Premessa
Strana
vicenda quella legata alla mia tesi di dottorato. Strana innanzitutto
perché irripetibile e sofferta. Strana perché episodica
e fulminea. Strana perché essenzialmente intima, sviscerata
in modo personale: una nave lasciata navigare in acque perigliose
ed incerte priva di timone e rotta.
Senza
soffermarmi punto sulla difficile logistica del caso ho alfine
condotto la Speranza in porto. Per l’Università era
passabile e dunque ammainate le vele ho continuato a pellegrinare
per stanze ed anticamere alla ricerca di un opinione, di una critica
di una voce da anteporre al silenzio ed all’indifferenza
trovando essenzialmente attese e parole di circostanza.
Questo
piccolo *libro* trova financo un editore coraggioso ed interessato
– grazie ad un ulteriore sforzo condotto in piena autonomia
ed appellandosi alle ultime residue forze extra-lavorative - ma
nonostante la disponibilità , richieste di sovvenzioni
e di soldi tonanti nelle accademie fanno scopa con diniego e sincero
rifiuto.
Ma
tant’è. Questo si sa, è cosa nota nonchè
destino dei più. I tempi sono maturi per condividere. Pubblico
questo primo estratto che introduce per sommi capi il costrutto
teorico del mio lavoro…
INCONSCIO
E ARCHETIPI DELLA NATURA
IL
CONTENUTO INCONSCIO DELL’EDIFICIO
Leggere
ed interpretare il manufatto architettonico puo’ considerarsi
un esercizio di ricerca ed indagine in grado di poter riportare
alla luce un complesso apparato d’informazioni ed indizi inizialmente
disgiunti e scollegati. A mano a mano che si procede nella ricerca,
ad un numero rilevante di notizie, di numeri e dati dal predominante
carattere empirico e scientifico si affiancano inevitabilmente
informazioni, fascinazioni e sollecitazioni di natura più incerta
e misteriosa. Si tratta quindi di un complesso processo d’analisi
che ha per oggetto di studio l’edificio, considerato come testimonianza
ed emanazione concreta di un costrutto di valori e pensieri solo
in parte volontari, quindi pervaso da un forte carattere simbolico,
in cui coesistono paradigmi di diversa natura e provenienza
E’
fondamentale che un progetto rimanga ben radicato nello spazio
emotivo, che è vasto e complesso. Non si tratta solo di pensare!
C’è un anima dentro di noi[1]
In
questo senso si ritiene di poter ravvedere e distinguere una duplice
natura del manufatto -analogamente per quanto avviene nell’uomo-
al contempo conscia ed inconscia, in cui si trasfondono elementi
prestabiliti e casuali, ben rappresentati dalla simbologia caratteristica
del sogno e della veglia. Valerio Olgiati in una sua recente conversazione
con Tibor Joanelly sottolinea l’equilibrio in sede progettuale
che viene a stabilirsi tra queste categorie di opposti
I
consciously do not want to judge inhibiting circumstances. In
the end it does not matter whether building regulations generate
the form or whether a personal will is the creator. Such a personal
will relies on non – qualifiable characteristics anyway, such
as taste, intuition, instinct or genius. When I must create out
of myself, I am subject to myself, my moods and my tempers, and
these are also limited. According to my mood, I can even be happy
to work whit a tightly set exterior framework. Under these conditions
it is important to me to define a thought in the sense of an axiom
which includes all of the influential circumstances and leads
to an integral solution[2]
Il
carattere temporaneo, mutevole ed umorale del momento della creazione
è ulteriormente indagato in seguito
How
could I design something I belive in if I get up in the morning
and think something different today from what I thought yesterday?
Every person is subject to moods which always have something arbitrary
about them[3]
agire
in questa condizione di indeterminatezza può portare a risultati
insperati, in cui gli elementi inconsci determinano soluzioni
formali dal forte carattere metafisico
It
only gets exciting when a building represents things which are
not comprehensible. Something like a metaphysical event occurs.
If a thought or an action cannot be completely deciphered or even
comprehended, then a building remains magical for the occupant
or the viewer[4]
Analogamente
a quanto avviene per il linguaggio, ad esempio, che ha le sue
regole e queste sono di comune accordo accettate a livello collettivo,
anche in ambito architettonico esistono leggi e convenzioni condivise
in grado di garantire il buon esito della costruzione: la struttura,
il materiale, la tecnica costruttiva, la forma sono tutti vincoli
inderogabili ai quali ogni progettista deve attenersi affinché
la sua realizzazione possa sostenersi e concretarsi. Ma è innegabile
che al contempo la riflessione che anima e caratterizza il carattere
complessivo di una determinata opera architettonica possa fondarsi
su equilibri ben più instabili, in grado di mettere in discussione
le convenzioni comuni in precedenza descritte.
Il
presente studio sceglie di ricercare gli aspetti inconsci della
costruzione, basandosi sulla convinzione che siano questi a determinare
la corrispondenza tra edificio e uomo, e quindi tra manufatto
e mondo naturale.
Sono
queste considerazioni a suggerire una possibilità di lettura ed
interpretazione del manufatto per mezzo di categorie concettuali
derivate dalla ricerca in ambito psicanalitico, quali appunto
gli Archetipi, la cui teorizzazione è correlata direttamente al
concetto di inconscio collettivo, in quanto questi ne sostanziano
il contenuto. Nel testo della conferenza “Gli archetipi dell’inconscio
collettivo” tenuta da Carl Gustav Jung nel 1934, e in seguito
sottoposto a revisione e ripubblicato nella sua stesura definitiva
nel 1954, lo psicanalista zurighese approfondisce e perfeziona
il concetto di inconscio in precedenza postulato da Sigmund Freud
Dapprima
il concetto di inconscio si limitò a designare la situazione di
contenuti rimossi o dimenticati. Per Freud l’inconscio, benché
almeno metaforicamente compaia già come soggetto attivo, in sostanza
non è altro che il punto in cui convergono quei contenuti rimossi
o dimenticati e deve ad essi soli il suo significato pratico.Conseguentemente,
secondo questo modo di vedere, esso è prevalentemente di natura
personale[5]
Sebbene
Jung convenga sul fatto che una parte dell’inconscio abbia uno
strato superficiale di carattere personale –inconscio personale–
rifiuta l’impostazione freudiana e postula l’esistenza di un energia
psichica in senso lato, dominata da immagini primordiali[6],
capaci cioè di generarsi autonomamente, percepibili dalla coscienza,
ma originate da una matrice inconscia condivisa da tutti i popoli
Questo
strato più profondo è il cosiddetto “inconscio collettivo”. Ho
scelto l’espressione ”collettivo ”perché questo inconscio non
è di natura individuale, ma “collettiva” e cioè, al contrario
della psiche personale, ha contenuti è comportamenti che (cum
grano salis) sono gli stessi dappertutto e per tutti gli individui.
In altre parole, è identico per tutti gli uomini e costituisce
un substrato psichico comune di natura soprapersonale presente
in ciascuno[7]
Il
contenuto di questo substrato psichico condiviso è costituito
dalle immagini primordiali o archetipi, queste sono
nuclei di energia psichica in grado di manifestarsi attraverso
il simbolo e la rappresentazione simbolica, a prescindere dalla
volontà della persona
“Archetipo”
è una parafrasi esplicativa dell’éidos platonico.
Ai nostri fini tale qualificazione è pertinente e utile
poiché significa che, per quanto riguarda i contenuti dell’inconscio
collettivo, ci troviamo davanti a tipi arcaici o ancora meglio
primigenei, cioè immagini comuni presenti fin dai tempi
remoti[8]
Indagare
e riconoscere, tentando di fare affiorare dall’acqua vivente dell’inconscio,
queste immagini è una questione cruciale. Permette di svelare
il contenuto dell’anima evidenziando –per quanto possibile– il
portato simbolico della psiche. Il costrutto del presente studio
muove da queste considerazioni traslandone il significato in ambito
prettamente compositivo: l’architettura costruita in quanto sostanza
di una ricerca articolata attraverso le diverse fasi del percorso
progettuale –in cui si ritiene possano affiorare inizialmente
anche e soprattutto in forma casuale e indeterminata, le immagini
primordiali– può essere riguardata anche come atto di introspezione
e riappropriazione del ricordo e degli elementi psichici rimossi.
La consapevolezza di questa condivisione collettiva del profondo
è sottolineata da Peter Zumthor in riferimento al rapporto d’interazione
che esiste tra i diversi materiali impiegati nella costruzione
ed alla sensazione che la loro associazione induce in chi gli
osserva
Ecco
perché penso che le sensazioni siano sì individuali, interiori,
ma allo stesso tempo anche molto, molto comuni. Più a fondo ci
immergiamo nella nostra individualità e più le sensazioni diventano
comuni, profondamente e tipicamente umane. Cio’ che è situato
nel profondo è condiviso da tutti, questo è risaputo[9]
Ad
esempio, possiamo considerare il momento dell’ideazione del progetto
di architettura, della ricerca dell’idea, ed il tramite attraverso
cui questo si realizza vale a dire lo schizzo, il disegno iniziale,
come uno dei luoghi in cui si ricostituiscono i frammenti perduti
e si individuano le corrispondenze tra intimo e condiviso a cui
faceva in precedenza cenno Zumthor. Moshen Mostafavi in un suo
recente testo sull’opera di Peter Märki sottolinea l’importanza
che ricopre nel lavoro dell’architetto svizzero il disegno, inteso
come processo di anamnesi[10]
To
remember Märkli makes many sketches. But his sketches are not
direct recordings of what he has seen; rather, they combine fact
and fiction, dream and reality. As a collection they construct
a fictional topography of both recognizable and strange buildings,
artefacts and landscapes – a particular house on top of a hill,
or a disused industrial building on the outskirts of a town, or
for that matter a building in a country he has never visited.
Among these sketches, one can often detect structures that bear
a resemblance to Märkli buildings, but the correlation is never
direct. The sketches remain a repository of speculations, ideas,
inspirations – they make us wonder[11]
Mostafavi
conclude la sua riflessione riportando un pensiero di Theodor
Adorno relativo al lavoro artistico
Works
of art do not, in psychological sense, repress contents of consciousness.
Rather trough expression they help raise into consciousness diffused
and forgotten experiences without rationalizing them[12]
La
possibilità quindi di dare voce ed espressione ai contenuti nascosti,
repressi o dimenticati della psiche attraverso la creazione artistica,
in modo talvolta casuale, assume una posizione dominante anche
nel pensiero degli architetti Valentin Bearth e Andrea Deplazes.
Scrive di loro Ảkos Moravảnsky
Valentin
Bearth e Andrea Deplazes si distanziano da qualsiasi tipo di riflessione
consapevole, descrivendo il ruolo dei frammenti di ricordo, delle
loro “radici” ed esperienze personali che a volte affiorano “in
modo del tutto inaspettato” come “frammenti netti o come brandelli
nebulosi, ma in ogni caso come oggetti ritrovati”. “immediati
nel contesto delle circostanze date da un determinato compito
essi diventano dominanti”[13]
Il
palinsesto è quindi, nel suo darsi verso il mondo, il crogiolo
all’interno del quale si ritrovano immagini, frammenti e radici
di esperienze molteplici. Il carattere prevalentemente personale
di questi elementi li rende al contempo condivisi e collettivi.
L’ANIMA
DEL MONDO
A
ben vedere allora sembra per noi determinante considerare l’edificio
come sintesi, non soltanto di dati scientifici e razionali, ma
anche e soprattutto -nella prospettiva di una rapporto simpatico
tra gli elementi naturali appartenenti alla sfera fisica dell’esistenza–
come scrigno, contenitore e corpo simbolico dotato cioè di un
doppio significato, l’uno determinato e conosciuto e l’altro,
ambiguo ed ambivalente. Il
Simbolo esprime questa compresenza di elementi antitetici, rappresenta
l’archetipo, e al contempo svela il contenuto dell’inconscio.
Gli archetipi della Natura sono allora ricercati attraverso l’indagine
iconologica condotta intorno ai diversi momenti del palinsesto
architettonico.
In
quest’ottica la scelta dei cinque casi studio e dell’itinerario
che li unisce non è casuale, ma scaturisce dalla convinzione che
in Svizzera (ed in particolare, nel lavoro degli architetti autori
degli esempi proposti) vi sia una sensibilità particolare, che
origina dalla lucida convinzione che l’edificio sia dotato di
una metafisica implicita[14] -propria di ogni opera d’arte- ovvero
il suo essere solidale con un principio ed un idea assoluta. Ne consegue che l’idea assoluta alla
quale si riguarda nel presente studio è proprio la Natura, ma
considerata come unità senza cesure[15]
con l’uomo, o meglio come sostanza di
un
mondo in cui le cose sono comprensibili solo se poste in relazione
tra di loro[16]
L’architettura
ed il manufatto che la introduce nel mondo delle cose, in quanto
parte di un tutto collegato traduce ed interpreta questa unità.
Natura quindi, è si il corpo vivente delle cose, ma anche un idea
che si traduce e diffonde attraverso il risultato della speculazione
artistica e progettuale, il manufatto o l’opera plastica. Cose
che abitano lo spazio che nascondono al loro interno una radice
ineffabile ed ambivalente. Nel rapporto con il tutto che le circonda
queste, si appropriano di proprietà viventi e cangianti legate
ad esempio al susseguirsi delle stagioni o all’incidenza dei raggi
del sole. Si
può ritenere allora che architettura, universo vegetale e minerale,
aria, acqua e luce, siano frammenti dello stesso nucleo originario
la
natura è così parca, pur con tutta la sua arte, che dall’inizio
alla fine dell’universo non avrà adoperato, in tutto, che un solo
materiale ma un materiale con le due sue finalità per approntare
tutta la sua fantomatica varietà. Combinatelo come essa vorrà,
stella, sabbia, acqua, albero, uomo: si tratta sempre di un solo
materiale, che rivela sempre le stesse proprietà[17]
In
ogni centro vitale risiede quindi la stessa forma di intelligenza,
la stessa anima; la dimensione psichica dalla quale si
ritiene possa derivare parte del lavoro sul manufatto, non fa
che accentuare i portati inconsci direttamente connessi alla Natura
ed ai suoi elementi.
Ricercare
lo spirito della natura, interpretarne i segni, in poche parole
svelarla a se stessi corrisponde a riconoscere l’anima del mondo;
la casa, l’edificio, la costruzione -è questo il costrutto sul
quale si svolge il presente studio-, sono espressione di questa
anima in quanto luogo fisico all’interno del quale si confrontano
contemporaneamente la dimensione naturale cosciente (il contesto,
il luogo, il passare delle stagioni, gli agenti atmosferici, ecc.)
ed ideale e nascosta condivisa a molteplici e diversi livelli
di esperienza. La sintesi di queste riflessioni si ritiene possa
trovare una codificazione simbolica nel concetto di animamundi nella accezione che James Hillman ha più volte indagato
all’interno di saggi e studi approfonditi. Si sottolinea inoltre il rapporto diretto di coincidenza
di significato tra questa definizione e l’incoscio collettivo
di derivazione Junghiana. L’anima dunque risiede nel corpo
di ogni cosa, non trascende dal mondo materiale più di quanto
non si discosti da questo, pensiamo ad essa come a
quella
particolare scintilla di anima, quell’immagine seminale, che si
offre attraverso ogni singola cosa nella sua forma visibile .L’anima
mundi indica allora quelle possibilità animate che ciascun evento
così com’è presenta, il suo presentarsi sensibile come un volto
che rivela la sua immagine interiore in breve la sua disponibilità
all’immaginazione, la sua presenza come realtà psichica[18]
Il
progetto di architettura inteso contemporaneamente, come forma
che insiste su di un luogo e che di questo ne interpreta i segni,
e come processo compositivo all’interno del quale trovano soluzione
quesiti specificatamente funzionali e distributivi, può essere
considerato, allora come uno specchio attraverso il quale far
riflettere quella scintilla d’anima che scaturisce dall’ambiente
naturale che lo circonda. Il poeta, o se si preferisce, l’architetto
diviene quindi il soggetto che trasferisce all’interno del manufatto
i segni, le reminescenze
di cui l’ambiente circostante è pervaso. Un demiurgo in grado
di dare sostanza alle Idee in quanto archetipi e di rappresentarle
attraverso il simbolo celato all’interno del manufatto
[1]Barbara
Stec, Conversazioni con Peter Zumthor. “casabella”, 719
(2004), pp. 6-7
[2] Tibor Joanelly
/ Valerio Olgiati, Studio conversation, in Valerio
Olgiati Das gelbe Haus, ed. ed. Kunsthaus Bregenz-Hatje
Cantz Verlag, Vienna 2000, p. 39
[3]Tibor Joanelly
/ Valerio Olgiati, op. cit., pp. 39-40
[4] Tibor Joanelly / Valerio Olgiati,
ibidem, p. 42
[5]Carl G. Jung,
Gli archetipi dell’inconscio collettivo (1934/1954),
in Gli archetipi dell’inconscio collettivo, ed. Bollati
Boringhieri, Torino 1977, p. 15
[6]“ dal tedesco
urtϋmliches Bild, Urbild, ove l’aggetivo
urtϋmlich significa originario, primordiale, il
sostantivo Bild, immagine; il sostantivo Urbild,
equivalente semantico dell’espressione formata da aggettivo
e sostantivo, nasce dalla composizione di Bild col prefisso
ur, che designa tutto ciò che è arcaico o antico “ (estratto
dalla prefazione di Antonio Vitolo, al testo: Gli
archetipi dell’inconscio collettivo, ed. Bollati Boringhieri,
Torino 1977, pp. 8 – 9 )
[10]In rapporto alla gnoseologia di Platone il processo mediante il quale
l’anima ritrova in sé le idee; Infatti, secondo la teoria della
reminiscenza : “(…) il discepolo –opportunamente guidato
dal metodo maieutico– trova in sé una verità razionale, l’atto
da lui compiuto non costituisce un autentico acquisto, bensi’
una semplice reminiscenza. Egli ricorda ciò che aveva già appreso
e che solo provvisoriamente ha dimenticato: ricostruisce una
precedente conoscenza, non apprende nulla di interamente nuovo.
Ma se è così, quando apprese tali conoscenze? Per rispondere
a questa domanda, Platone è costretto a postulare la preesistenza
dell’anima: prima dell’attuale vita, in cui l’uomo trovasi incatenato
nella caverna del sensibile, egli ne ebbe un'altra, durante
la quale le idee erano immediatamente presenti alla sua vista
(non sensibile, ma intellettiva). L’esistenza nell’uomo di verità
razionali diventa così, nelle pagine di Platone, un affascinante
argomento per dimostrare la permanenza dell’anima attraverso
varie vite (…) e tale permanenza diventa a sua volta la prova
fondamentale dell’immortalità dell’anima.”
Ludovico
Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, Vol.
1, ed. Garzanti, Milano 1970,
pp. 199 – 200
[11]Mohsen
Mostafavi, Approximations The Architecture of Peter Märkli,
the MIT press, Cambridge (Massachusetts) 2002, p. 11
[12] Teodor Adorno, Aesthetics
theory, London, 1984, p. 82, in Mohsen Mostafavi, op. cit.,
p. 11
[13]Akos Moravánszky,
corpi cavi. A proposito dei lavori di Bearth & Deplazes,in (a cura di)Heinz
Wirz, Corpi cavi: Valentin Bearth e Andrea Deplazes,
ed. Quart, Lucerna 2000, p. 16
[14]Mircea Eliade,L’isola
di Euthanasius, in
Mircea Eliade L’isola di Euthanasius, ed.Bollati
Boringhieri, Torino 2000, p. 22
[15] Alan W.Watts, uomo, donna e natura,
ed. Bompiani, Milano 1997, p. 22