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dfdfdfdf |
A
dire il vero rimango sempre un po’ interdetto. Spesso ormai
trovo fuori luogo la definizione di questo spazio del sito “segnalazioni”.
Mi sembra sempre meno calzante. Ad ogni buon conto non credo ci voglia
molto a capire che si tratta del mio posto delle fragole. Del luogo
in cui serbare e mettere in memoria quello che nel cammino si incontra,
che piace e si sedimenta nell’intimo.
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Charlotte Joko Beck
Zen quotidiano. Amore e lavoro
(prefazione di Corrado Pensa) Astrolabio-Ubaldini 1991, pp.158, € 10,50
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"Possiamo paragonare la vita ad una casa; noi viviamo lì e la vita trascorre a modo suo. Conosciamo giornate buie e giorni sereni, e ogni tanto la casa ha bisogno di una mano di vernice. Gli abitanti della casa sono gli attori dello spettacolo che vi viene rappresentato. Ora stiamo bene ora siamo malati, ora siamo contenti e ora scontenti. Come tutti. Viviamo semplicemente la nostra vita in una casa e le cose accadono così come vogliono. Ma, e qui diventa importante la pratica, abbiamo una casa ma è come se fosse incapsulata in un'altra, (…) Viviamo in una bellissima casetta incapsulata dentro un'altra casa. La nostra vita (la casa) così come la viviamo è perfetta. Anche se non ci pare, non c'è niente di sbagliato. C'è quello che c'è. Purtroppo intorno alla casa che già abbiamo ne costruiamo un'altra. La pesantezza della costruzione esterna può far apparire la casetta scura e soffocata; lo strato esterno sembra impenetrabile, terrorizzante, deprimente. L'errore più grande, tanto nella vita quanto nella pratica, è pensare che la casetta (la nostra vita così com'è, con i suoi problemi e i suoi alti e bassi) abbia qualcosa che non va. Così ci affanniamo per tutta la vita a costruire una struttura aggiuntiva."
Nata nel New Jersey nel 1911, pianista presso l'Oberlin Conservatory of Music e madre di quattro figli, Charlotte Joko Beck si è avvicinata allo Zen solo verso i quarant'anni, quando è divenuta allieva di Maezumi Roshi, Yasutani Roshi e Soen Roshi. Dopo anni di pratica al centro Zen di Los Angeles, è stata riconosciuta terza erede nel dharma di Maezumi Roshi e, dal 1983, si è trasferita nel centro Zen di San Diego che ha lasciato nel luglio del 2006. Attualmente vive a Prescott in Arizona
http://www.astrolabio-ubaldini.com/
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Maya
Letteralmente: anti-dio, Asura.
Architetto di grande abilità.
Illusione cosmica.
Inganno -in virtù del quale il divino
si manifesta nella molteplicità
materiale così che il mondo
fenomenico possa apparire reale
riporto
- le dita corrono sulla tastiera- cittavritti
niroda che come spire affiorano: ecco la trascrizione
Maya
l’architetto: parla Arjuna
“Arjuna”
la voce del dèmone era così dolce e gentile che cercai
di capire da dove venisse. Le sue zanne da
pantera gli scendevano sopra le labbra sorridenti. Cadde
ai miei piedi. “io sono Maya, l’architetto degli Asura
“. Sentivo la sua guancia umida sul mio piede. “Quale
buona azione posso fare per te, Arjuna?”. Percepivo la sua
amicizia e il suo amore. Mi chinai per sollevarlo mischiando le
mie lacrime alle sue. (…) “Io
sono il dèmone architetto, il grande artefice. Concedimi
un'altra grazia. Concedimi di fare comunque qualcosa per te”
(…) Valutai la sua richiesta.
“ Non posso pensare di meritare alcuna ricompensa, ma vorrei
a mia volta accontentarti. Fa qualcosa per il mio amico e fratello
Krishna è sarà come se lo facessi per me.”
(…) Maya si girò verso Krishna, che
già guardava al futuro.
Dopo
un attimo di riflessione, Krishna disse: “Costruisci per Yudhishthira
una Sala di Riunione come non se ne
vedrà mai un'altra sull’ effimera
faccia della terra. Fa che sia allo stesso tempo umana e
divina per mezzo di un ispirazione celeste.
Lascia che l’ispirazione divina fonda tutto in un'unica armonia”
Tornammo
al palazzo in silenzio.
Fu una fortuna che l’instancabile Maya fosse là a distrarci.
Con il suo genio e la sua enorme energia aveva
delimitato diecimila cubiti in una zona percorsa da dolci brezze
in estate e temperata in inverno. Lì sarebbe sorta
Mayasabha, la Sala
delle Assemblee. Completati i preliminari, nel giorno propizio,
i sacerdoti vennero nutriti e ricevettero mucche e oro, sete e ogni
cosa che i Bramini tenessero in gran conto. Maya ci consultava per
questo o quel problema e quando fummo storditi dalla varietà
delle sue richieste, ci comunico che doveva andare al monte Kailasa
dove aveva seppellito i gioielli di cui aveva bisogno per esprimere
lo splendore che aveva colpito la sua mente.
Avevo
dimenticato quanto fosse orrido e nel contempo allegro fino a quando,
al suo ritorno, non rividi le sue zanne pendere dalle labbra sorridenti,
mentre rovesciava sul terreno, da una falda dell’abito, le
gemme più preziose che avessimo mai visto. Non credevamo
ai nostri occhi. Dietro di lui vi erano migliaia di repellenti schiavi
che portavano, ancora e ancora gemme e marmi (…)
Maya fu in grado di soddisfare definitivamente il suo desiderio
di ricompensarmi: aveva portato dal fondo del lago di montagna,
la grande conchiglia Devadatta. La suonai e sentii il cuore lacerarsi
(…)
Quindi si mise al lavoro. Fummo pregati di non avvicinarci alla
costruzione fino a quando non fosse terminata. (…) Quando
infine andammo a visitare l’edificio, restammo quasi accecati
dall’abbagliante luce bianca che proveniva e, quando, proteggendo
i nostri occhi, superammo la soglia incastonata di gemme e avanzammo
in una penombra trapassata da sottili lame di luce che si intersecavano
l’un l’altra, restammo non tanto sorpresi quanto
completamente ammutoliti. Ogni stanchezza,
ogni necessità ci avevano lasciati. Questa era una
sala per grandi eventi e il luogo di incontro
di immense energie.
Una
cosa era stato osservare da lontano ottomila seguaci di Maya innalzare
il gigantesco edificio mentre le sue sentinelle sembravano calpestare
l’aria, un'altra era trovarsi sotto le volte del soffitto
e vederlo riflesso nello stagno dei loti. Anche lo stagno era una
meraviglia, adornato con boccioli e foglie di pietre preziose, con
gemme a forma di uccelli posati su di esse. Tartarughe dorate nuotavano
pacatamente nelle acque profumate. L’onda che lambiva le scale
di marmo era increspata da un fresco e leggero vento. Gocce di pioggia
simile a perle, cadevano da una fontana e bianchi cigni solcavano
lo stagno sotto le fronde di alberi in fiore.
Estratto
da:...
Estratto
da:...
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Maggi
Lidchi Grassi
Mahabharata,
primo volume. La battaglia di Kurukshetra.
Ed.
Crisalide
2005, 412
p., €
24,50
Milioni
di persone sono rimaste affascinate dalla Bhagavad Gita', 'il Canto
del Beato', che del Mahabharata e' parte, pochissimi conoscono il
Mahabharata. Leggere la Bhagavad Gita' senza conoscere il Mahabharata
e' come leggere ' Il Sermone sulla Montagna' senza sapere niente
di Cristo, della sua nascita, della sua vita e della sua morte.
La spiritualita', il mito, la leggenda, l'epopea, la religiosita',
l'etica, la morale e la vita dell'antica India. Dei e semidei; re,
regine, principi e sacerdoti; maestri e discepoli; veggenti e divinazioni;
eserciti, battaglie e duelli; bagliori di diademi, di spade e di
armi soprannaturali; nitriti di cavalli, barriti di elefanti e fragore
di conche; eroismi, meschinita' e tradimenti; riti, sacrifici, magie,
incantesimi; opulenze ed ascetismi...
Tutto cio' traspare nella versione del Mahabharata di Maggi Lidchi-Grassi,
nella sua poesia, nel suo intreccio narrativo, nelle sue caratterizzazioni
dei vari tipi umani, nella sua freschezza e immediatezza poetica
che conserva e mette in evidenza il sentimento e l'umanità,
l'indole intima e l'esteriorita' dei singoli personaggi.
La versione di Maggi Lidchi Grassi, tra tutte quelle conosciute
in India, e' quella che maggiormente mette questo grande libro alla
portata di tutti - pandit, intellettuali, il grande pubblico, adolescenti
- senza nulla togliere al filone principale dell'originale.
Pradip Bhattacharya, il maggior critico indiano del Mahabharata
dice di Maggi Lidchi-Grassi: Ha raccontato il Mahabharata come mai
e' stato fatto prima, ha saputo infondere vita ai personaggi. La
piu grande rivista letteraria indiana afferma: 'Di tutte le versioni
quella di Maggi Lidchi-Grassi e' la piu' appassionata, la piu' sincera,
la piu' commovente.
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in
libreria :....
di
Henry
David Thoreau
Camminare
Ed.SE
1989, 80 p., €
10,00
Ecco
che -come per Pynchon, per Rossi o Snodgrass tra gli altri- la forza
del pensiero raccolta tra le righe dell’ultima lettura è
tale che decido di trascriverne alcuni passaggi per legarli alla
mia proiezione digitale. La voce di Henry
David Thoreau, il Trascendentalista:
“La
mia esistenza dipende in gran parte dalle paludi che circondano
la città, e non dai giardini ben coltivati che circondano
il villaggio. Non vi è tappeto erboso più ricco ai
miei occhi del folto letto di andromeda nana che ricopre questi
teneri luoghi della superficie terrestre. La botanica può
solo fornirmi i nomi degli arbusti che vi crescono: il mirtillo
gigante, l’andromeda a pannocchia, la kalmia, l’azalea
e il rododendro; e tutti vivono nel mobile stagno. Spesso penso
che mi piacerebbe avere davanti a casa questa massa di cespugli
rosso scuro, e farei volentieri a meno di bordi e aiuole fiorite,
di abeti trapiantati, di vasi ordinati e vialetti di ghiaia; e mi
piacerebbe avere questa macchia fertile sotto le finestre, al posto
di quel pugno di terra trasportato da chissà dove per coprire
la sabbia residua dello scavo della cantina. Perché non costruire
la casa, la veranda, in prossimità di questa vegetazione,
anziché accanto a quello scarno agglomerato di curiosità,
a quella miserabile apologia della Natura e dell’Arte, che
viene chiamato giardino?”
E
poco più avanti
“Spostiamo
dunque la soglia di casa sul limitare della palude (sebbene non
sia il punto migliore per una cantina asciutta), così che
da quel lato i vicini non possano entrare. I giardini sul davanti
delle case non sono fatti per camminarvi, ma semmai per essere attraversati,
e si può sempre entrare dalla porta posteriore”
Città,
fioritura di poeti e filosofi
“Entro
in una palude come in un luogo sacro, come in un sanctum sanctorum.
Qui risiede la forza, l quintessenza della Natura. La vegetazione
selvatica ricopre il terreno argilloso, e la terra è benefica
sia per l’uomo che per gli alberi. E come la terra ha bisogno
di molto concime per essere fertile, così necessitano all’uomo,
per la sua salute, grandi spazi intorno a se. Nella palude si trovano
le sostanze forti di cui l’uomo si nutre. La sopravvivenza
di una città non dipende dalla rettitudine degli uomini che
vi risiedono, ma dai boschi e dalle paludi che la circondano. Una
regione in cui una foresta primitiva affondi le proprie radici nel
materiale decomposto di un'altra foresta primitiva è un territorio
che favorisce non soltanto la fioritura di grano e di patate, ma
anche di poeti e filosofi per le generazioni a venire. Da questo
tipo di terreno sono sorti Omero e Confucio e gli altri come loro,
e da distese selvagge come queste giunge il Riformatore che si nutre
di locuste e miele selvatico”
Henry
David Thoreau:
nasce a Concord ( Massachusetts) nel 1817, seguace di R. W. Emerson,
fu una delle figure di spicco del movimento trascendentalista. Nel
1845, determinato a mettere in pratica i propri ideali, andò
a vivere in una capanna sul lago Walden per due anni. Un esperienza
che gli ispirò la scrittura del Walden,
ovvero La vita nei boschi (1854), un'opera a metà
strada tra il saggio filosofico e il diario che oggi viene unanimemente
considerata tra i classici della letteratura americana. Insieme
al Walden, il suo scritto più famoso e influente è
Disobbedienza civile, un opuscolo
del 1849 nel quale Thoreau teorizzava l'idea dell'opposizione non
violenta. Morì nel 1862
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Mircea
Eliade
I
RITI DEL COSTRUIRE. Commenti
alla leggenda di Mastro Manole, La Mandragola e i miti della "Nascita
miracolosa", Le erbe sotto la croce...
Jaca
Books, Milano 1990, 208 p., € 12,39
| L'architettura-
a partire dalla sua stessa radice etimologica - è la proiezione
nel mondo reale dell'archetipo cosmico, ne costituisce il simbolo
e la rappresentazione. L'atto del costruire è ripetizione
e corrispondenza fra creazione e fondazione, Eternità e Tempo.
Non sono concetti anacronistici, perché a queste riflessioni
non deve seguire necessariamente una codificazione formale specifica,
uno stilema, ma altresì una consapevolezza complessiva dei
significati che si cristallizzano nelle forme e nella plastica dei
volumi. Analogie rimandi contenuti fluiscono anche in modo inconsapevole
ed inconscio. Le ricerche e gli studi di Eliade svelano questo patrimonio
collettivo condiviso, è un viaggio verso il profondo, una
pesca all'interno del lago dell'anima più intima e nascosta
del manufatto stesso. Quello che segue è un breve estratto
dal testo "La scelta del luogo e la consacrazione del "centro"
contenuto ne " I riti del costruire"
(cp)
In
verità, se ogni atto di presa di possesso o di costruzione
è imitazione dell'archetipo cosmico della Creazione del Mondo,
allora quest'atto deve aver luogo nel "centro" del mondo,
poiché secondo molte tradizioni la Creazione è cominciata
da un centro. Il serpente tellurico riposa attorcigliato sotto terra
ma la sua testa si trova esattamente al centro della terra. La costruzione
di ogni casa implica il trafiggere la testa del grande serpente
e quindi presuppone la creazione rituale del "centro".
Evidentemente, lo spazio in cui si colloca questo "centro"
non è il nostro spazio, profano, poiché altrimenti
sarebbe impossibile la molteplicità dei "centri";
ora, tanto gli indiani quanto gli altri popoli i quali credono che
ogni casa da loro costruita si trovi esattamente nell' "ombelico
della terra", non dubitano né della unicità del
"centro", né della molteplicità delle case,
dei templi, delle città, ecc. L'unicità del "centro"
è convalidata metafisicamente, poiché nulla può
durare se non è realizzato nel reale, cioè in conformità
con l'archetipo cosmico della Creazione; la molteplicità
del "centro" è un dato dell' esperienza immediata.
Ma questa esperienza immediata, profana, conosce un altro spazio
diverso da quello mitico e metafisico, così come conosce
un altro tempo. I rituali avvengono sempre ab origine, nello
stesso tempo mitico dell'inizio, che non scorre e non è irreversibile.
Come tutti i rituali avvengono entro lo stesso tempo mitico.
La "coincidenza" tra il tempo mitico e il tempo concreto,
tra lo spazio mitico e lo spazio dei nostri sensi, si ottiene attraverso
lo stesso paradosso rituale che rende possibile la coincidenza tra
tutto e parte, tra essere e non essere,
tra effimero e immortale, ecc.
Il rituale della fissazione della testa del Serpente per mezzo del
picchetto sotto la pietra d'angolo non avviene solo in uno spazio
mitico ( cioè, al "centro" del mondo ), ma anche
in un tempo mitico. In verità, esso non è che la ripetizione
del gesto primordiale degli dei quando hanno reso stabile la terra.
Mircea
Eliade nacque a Bucarest nel 1907. Si formò come filosofo
e storico delle religioni all'Università di Bucarest, sotto
l'influenza di N. Ionescu. Negli anni 1927-28 fu a Roma dove poté
assistere alle lezioni di G. Gentile. Studiò poi all'Università
di Calcutta con S. Dasgupta e nell'eremitaggio di Rishikesh sull'Himalaia.
Fu addetto culturale rumeno prima a Londra, nel 1940-41, e successivamente
a Lisbona (1941-1944). Dopo la seconda guerra mondiale si trasferì
a Parigi dove insegnò all'École des Hautes Études
e nel 1957 ottenne la cattedra di storia delle religioni all'Università
di Chicago. È morto a Chicago il 23 aprile 1986. Oltre ad
aver scritto alcune opere generali di storia delle religioni (Trattato
di storia delle religioni, 1949, e Il mito dell'eterno ritorno,
1949), Eliade è ricordato come uno dei maggiori specialisti
dello sciamanesimo, dello yoga e dei rapporti tra magia e alchimia.
Le sue opere principali sono: Lo sciamanesimo e le tecniche dell'estasi
(1951); Lo yoga. Immortalità e libertà (1954); Alchimia
asiatica, (1935-1937); Arti del metallo e alchimisti, (1956); Il
sacro e il profano, (1956). |
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Adrian
Snodgrass
ARCHITETTURA,
TEMPO, ETERNITÀ Il simbolismo degli
astri e del tempo nellarchitettura della Tradizione.
(edizione
italiana curata da Guglielmo Bilancioni)
Bruno Mondadori, Milano 2004., 600 p., € 45,00
| Come
salvarsi dalla vacuità che ci pervade? Come sopravvivere
all'effimero dominante? Come reagire alla commercializzazione ed
alla svendita delle teorie, alla pleiade di etichette, alla commercializzazione
forzata delle idee e dei percorsi architettonici? Come resistere
al nulla contemporaneo fatto di plastica e glamour?
Lo studio di Snodgrass è un utile antidoto in questi tempi
di reality architecture e di Hyper-all di Logo vs Luogo e di architettura
anagrafica;
Ecco qualcosa di solido sul quale fondare, l'appiglio utile a sostenersi
durante la caduta, la Stella Polare, il Sole Stazionario ed il mozzo
della Ruota del Tempo, Architecture, Time and Eternity si
apre con un importante saggio introduttivo "I cardini celesti
dell'architettura sacra" scritto dallo storico dell'architettura
Guglielmo Bilancioni curatore dell'intera edizione italiana. Quello
che segue è un breve estratto trascritto di mio pugno, cruciale
e di sconcertante chiarezza.(cp)
Tempo,
Eternità e Forme
Il mondo sensibile è il mondo del tempo; il mondo intelligibile
è il mondo dell'Eternità. Il tempo, coincidendo con
ciò che fluisce ed è effimero, non è reale:
è solo una copia, un imitazione, di una Forma immutabile,
l'Eternità. L'ascesa del regno del sensibile a quello intelligibile,
dall'opinione alla conoscenza reale, è un ascesa dal temporale
all'eterno. Il tempo sta all'eternità come il divenire del
mondo sensibile sta all'essere intelligibile. Del mondo intelligibile
delle Forme non si può dire che è stato o che
sarà ma solo che è. Le Idee sono puramente
presenti; non sono mai state né mai saranno, ma risiedono
in un Ora istantaneo. Ne consegue che la condizione per la comprensione
del tempo sia una comprensione poetica del suo paradigma formale
che sta nel regno intelligibile: un intuizione non-temporale è
la condizione per interpretare il mondo temporale. E' necessario
passare dal tempo all' Ora puntuale che non è nello spazio
né nel tempo, ma in ogni luogo e in ogni tempo...
Architecture,
Time and Eternity è
un libro prodigioso che studia le relazioni
fra l'eternità degli astri e la misura del costruire. Le
grandi architetture del mondo - Stupa, templi in forma di Mandala,
piramidi, edifici a pianta centrale, moschee e cattedrali - vengono
mostrate come simboli, riflesso e miniatura dei fenomeni cosmici.
Snodgrass spiega, con chiarezza esemplare, la precisione del rito,
la potenza del mito e la sede stellare di ciò che è
grande e perfetto. Cicli e sistemi, orientamenti e assi, misura,
colore, proporzione, massa e ornamento, sono Significati: sono i
cardini del cielo dell'architettura sacra. Alla confluenza di spazio
e tempo, prima dell'Antico e della Storia, le meraviglie costruite
nel mondo sono emblemi dell'Uno, stabili custodi della Parola e
arcaiche macchine di memoria; esse indicano, a chi le guardi come
tali, la via per contemplare l'eterna architettura dell'interiorità.
Adrian
Snodgrass , architetto, ha
vissuto in India, Giappone, Hong Kong e Indonesia. Insegna Architettura
e Filosofia ermeneutica all'Università di Sydney. Ha pubblicato
un libro fondamentale sullo Stupa buddhista, The Symbolism of the
Stupa (Ithaca, New York 1985) e un vasto studio sui Mandala del
buddhismo Shingon, The Matrix and Diamond World Mandalas in Shingon
Buddhism (Aditya, New Delhi 1988). |
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Aldo
Rossi
Autobiografia
scientifica
Nuova Pratiche Editrice, Collana
Nuovi Saggi, Milano
1999, 123 pp. , con illustrazioni
| Pubblicata
in inglese nel 1981 per volontà
di Philip Johnson ma edita in
Italia solo nel 1990 l'Autobiografia scientifica è
una lettura meravigliosa ed affascinante, un percorso poetico attraverso
il quale poter scoprire il portato condiviso dell'architettura,
cosa tra le cose e scenario di un agire che tutto contempla e raccoglie.
Colpisce e rattrista l'insolito silenzio che circonda quest'opera
in Italia -quasi costituisse una testimonianza trascurabile e scomoda.
Di contro, L'Autobiografia rimane una preziosa fonte di ispirazione
per molti ed apprezzati progettisti contemporanei d'oltralpe le
cui architetture, talvolta ed in modo troppo sbrigativo tacciate
di un eccessivo minimalismo, assumono -se rilette alla luce delle
riflessioni intime di Aldo Rossi- molteplici motivi di interesse
e di curiosità. Un punto di partenza necessario per chi è
interessato alla ricerca in ambito compositivo e progettuale, nella
speranza di far maturare in Italia nuovi e più fecondi linguaggi
architettonici (cp)
"
Potete leggere il progetto semplicemente nelle case
esistenti, sceglierlo da un repertorio che vi procurate facilmente;
inseguirlo nelle varianti della regia,
nelle battute dell'attore, nel clima
del teatro e sempre sorpresi dalle incertezze del principe
Amleto di cui non sapremo mai se era veramente un buon principe
come tutto sembra farci credere.
Forse sarebbe solo questo il progetto dove le analogie identificandosi
con le cose raggiungono di nuovo il silenzio.
I rapporti sono un cerchio non chiuso;
solo uno sciocco potrebbe pensare di aggiungere il tratto mancante
o di cambiare il senso del cerchio. Non nel
purismo ma nella illimitata contaminatio
delle cose, delle corrispondenze,
ritorna il silenzio; il disegno può forse suggerire
e mentre si limita si amplia alla memoria, agli oggetti, alle occasioni.
Il progetto insegue questa trama di nessi,
di ricordi, di
immagini pur sapendo che alla fine dovrà definire
questa o quella soluzione; dall'altra parte l'originale, vero o
presunto, sarà un oggetto oscuro che si identifica con la
copia.
Anche la tecnica qui sembra arrestarsi
ad una soglia dove la disciplina si dissolve.
Fotografie, rilievi, disegni, il canovaccio
di una commedia, la sceneggiatura di
un film.
Forse un ritratto.
Qui si può arrestare l'elenco dei progetti o, se si vuole,
iniziare una smisurata ricerca delle cose.
Ricerca che è anche ricordo ma
è soprattutto l'aspetto sterminatore dell'esperienza
che procede imprevista dando e togliendo significato ad ogni progetto,
avvenimento, cosa o persona."
Aldo
Rossi, Autobiografia scientifica, ed. Pratiche editrice,
Parma 1990, p.45 (In
relazione al "progetto di villa con interno") |

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Jacques Gubler
Le cartoline di Casabella. 1982-1996. Cara signora Tosoni
Skira 2005, €30,00
Questo originale volume presenta 129 cartoline inviate da Jacques Gubler a Myriam Tosoni (la bravissima segretaria di redazione di "Casabella") dal 1982 al 1996: frammenti di rara acutezza, accompagnati da una sottile ironia nei confronti della relazione tra società e cultura
Come spiega lo stesso Gregotti: "Le prime cartoline sono dedicate a La Chaux-de-Fonds ed indirettamente all'ambiente in cui si forma Charles-Édouard Jeanneret: è un'introduzione al suo interesse di ricavare dall'esistenza di oggetti tecnici e artigianali un angolo di visione della modernità; sono gli ingegneri ed il loro contributo "letterario" si potrebbe dire, a porre, sovente senza saperlo, interrogativi inquietanti. Ne deriva un catalogo di contributori sconosciuti alle tecniche moderne, inventori, artigiani, costruttori, carpentieri, falegnami (come nella cartolina 99 quando parla dell'utopia saintsimoniana di Léon Jamin), cementatori; tutti costruttori di un nuovo pittoresco... Al tema dell'invenzione del restauro (e del restauro del moderno) sono poi dedicate molte riflessioni, sino alla ricostruzione provvisoria della sagoma del campanile della chiesa di San Francesco ad Aosta (nei termini non del tutto "innocenti" come i tubi con cui è fissata). In alcuni casi diverse cartoline sono legate tra loro in quanto appunti per una medesima storia, come le quattro cartoline che sintetizzano la storia di Newark a partire dal 1666, o quelle che descrivono la Ginevra dell'inizio del XX secolo.
In molte cartoline poi le problematiche poste si trasformano in indovinelli, che rivelano le fatali doppiezze dei comportamenti di architetti ed istituzioni. Naturalmente tutto questo è possibile perché Jacques Gubler è uno storico degli ultimi due secoli (ma non disdegna certo il Rinascimento) filologicamente quasi imbattibile, con una conoscenza dei documenti che trasferisce alla formazione della modernità le metodologie di studio che gli storici dell'arte antica utilizzano sulle ricerche d'archivio. |
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Antonello Marotta
Daniel Libeskind
I Quaderni de l’Industria delle Costruzioni, Edilstampa, 2007, €16,50
Nel suo percorso Daniel Libeskind ha incontrato due volte la Storia. L'ultima e' con l'affermazione al concorso per il World Trade center dopo l'attacco terroristico delle torri gemelle. L'altra e' quando nel 1989, al crollo del muro di Berlino, e' al lavoro per realizzare un edificio simbolo della liberazione dal comunismo e della faticosa e dolorosa riconsiderazione degli errori della storia da parte del popolo tedesco. Ci riferiamo al Museo dell'Olocausto. In questa occasione l'architetto concepisce uno schema di folle e assoluta novita'. Il museo si trasforma in una linea spezzata e zigzagante nel suolo che e' prima compressa nel racchiudersi degli angoli e poi slanciata come una freccia aperta verso l'infinito. L'edificio parte dalla sede del museo preesistente e quindi si muove progressivamente sul terreno. A questa freccia si sovrappone un'altra figura rettilinea che la incrocia in piu' punti e la mette in ulteriore tensione. Gli spazi interni procedono linearmente, ma gli incroci labirinticamente si aprono a nuove possibilita', a nuovi percorsi, a nuovi drammatici bivi. Chi visita il museo scende e poi sale, si cala nelle fratture, scopre drammatici spazi a tutta altezza, si incunea nelle viscere, si immerge e riemerge. Altre linee diagonali e laceranti tagliano i volumi, vi girano attorno, rivelano drammaticamente la luce e aprono scorci negli interni Per la prima volta, con questa opera, e dopo molti anni, l'architettura affronta il dramma. L'architettura " comunica " , certamente, ma qui non e' una comunicazione facile. Non e' l'etichetta di minestra che Robert Venturi teorizza di incollare ad una scatola amorfa per assecondare i consumi della nuova societa' di massa. E' un simbolismo, quello di Libeskind, che entra dentro le stesse fibre del fare architettura e che si appropria profondamente e drammaticamente della costruzione e dello spazio. Libeskind diventa cosi' uno dei rari architetti che aiuta a misurarsi con le irragionevolezze del mondo e della storia. L'architettura, arte costruttiva, solida, razionale e certa per definizione, ha incontrato raramente nella sua storia questa deriva tormentata, difficile e crudele.
un estratto dal testo "Densità di rimandi" di Antonino Saggio prefazione al volume
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on print :.... l'Industria delle costruzioni n°400 marzo aprile 2008 / Architetture dagli Stati Uniti
Edilstampa, 2008
Il nuovo numero dell' Industria arriva nelle librerie italiane: interamente dedicato all' architettura americana è curato da Valerio Paolo Mosco
"Le opere pubblicate in questo numero della rivista sono state selezionate sulla base di un'ipotesi che vede, oggi, una parte dei progettisti statunitensi orientarsi verso un'architettura di nicchia, a scala ridotta, intima, confidenziale, se non introversa, propensa ad un vernacolo a maglie larghe che include anche il Moderno.
Questa architettura si esprime al meglio negli spazi naturali o in quelli scarsamente edificati e lo fa attraverso due temi tipici della tradizione statunitense: la casa mono-familiare suburbana e l'edificio pubblico di piccole dimensioni, pensato, organizzato e gestito da una comunità ristretta. L'Intimate America si presenta senza un apparato teorico strutturato, anzi appare rifuggirlo; si affida alle riflessioni e alle testimonianze di un fare architettura diretto, la cui dimensione “intima” sembra rispondere anche a una domanda di mercato tesa verso un Moderno dialogante con i luoghi, alleggerito di quell'intellettualismo che per decenni ha caratterizzato gli Stati Uniti.
Un orientamento che può essere considerato come una pacata ma determinata forma di disagio nei confronti del Moderno globalizzato, inventato negli Stati Uniti più di cinquant'anni fa e che proprio nella terra d'origine trova le critiche più sostanziali. Nell'insieme le opere che seguono questa tendenza si presentano come il prodotto di sintesi tra diverse componenti: il pragmatismo costruttivo, la wilderness sebbene addomesticata, il cheapspace, la “tettonica sensibile”, l'anti-intellettualismo, la disaffezione per la città. In particolare, nella conformazione di impianto questi edifici tendono a rifuggire qualunque predeterminazione tipologica, mentre negli alzati si nota una riduzione dell'esuberanza plastica a favore della compattezza volumetrica. Il risultato sono allora architetture che sia nel loro aspetto che nei loro sistemi costruttivi intendono esprimere “sincerità”, una qualità intesa nell'accezione anglosassone del termine, per cui ogni elemento, ogni tecnica appare comprensibile e più che altro accessibile. Più che il risultato finale, allora, ha importanza il modo in cui è stato ottenuto, come nelle opere in auto-costruzione di Rural Studio, pensate e realizzate dagli studenti come anche la casa nel Nebraska di Randy Brown (22), nella casa costruita con materiali riciclati di Single Speed Architects (66), in quella per vacanze di Kieran Timberlake Associates (62) e nell'abitazione a Ellis County di Building Studio
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Alessandro
Petti
ARCIPELAGHI
E ENCLAVE Architettura dell’ordinamento
spaziale contemporaneo
Bruno
Mondadori
2006, €18,00
| Un
avventuroso “viaggio per mare” che, di isola in isola,
ci porta alla scoperta di un nuovo ordine spaziale. Dalle meraviglie
di Dubai e dei suoi avveniristici ed esclusivi artifici architettonici
al doppio regime istituito da Israele nei Territori occupati di
Palestina; dall’ipervigilato paradiso turistico di Sharm El-Sheikh
ai campi di permanenza temporanea europei; dalle forme di minigoverno
separatista delle gated communities nordamericane ai bantustan sudafricani;
dalle riserve indiane statunitensi ai sempre più appartati
e fortificati vertici dei G8.
In questo appassionante libro, Alessandro Petti traccia un originale
e ardito quadro dell’assetto spaziale contemporaneo e delle
asimmetrie che governano, spesso silenziosamente, le nostre vite.
Smentendo le visioni euforiche che promettono da decenni altri mondi
possibili, liberati e interattivi, ma anche i catastrofismi di chi
si crede a un passo dalla fine del mondo, della storia, della speranza,
Arcipelaghi e enclave tenta di guardare dove di solito ci invitano
a non guardare, e stabilisce nessi scomodi e politicamente scorretti.
Un durissimo atto d’accusa nei confronti di quegli architetti
e urbanisti complici di un sistema che tende sempre più a
isolare, a disgregare e a rimuovere gruppi e individui considerati
«pericolosi, diversi, ridondanti».
Arcipelaghi
e enclave è un sorprendente tentativo di leggere la dimensione
territoriale e politica dell’occupazione israeliana come laboratorio,
acceleratore e condizione limite della globalizzazione neoliberale
e delle sue ricadute spaziali. Impegnato e penetrante, il lavoro
di Petti è un monito deciso, ma anche la dimostrazione del
forte potenziale di osservazione della ricerca architettonica.
Eyal Weizman, direttore del Centre
for Research Architecture, Goldsmiths University of London
Il
lucido e stringente impianto teorico di Arcipelaghi e enclave rivela
che, dietro gli atti all’apparenza non connessi o persino
le presunte “reazioni” a incidenti di Israele, si cela
il paradigma del controllo coloniale.
Suad Amiry, fondatrice e direttrice
del Riwaq Centre for Architectural Conservation di Ramallah
Un
libro che traccia un importante profilo del “nuovo ordine
spaziale”. Alessandro Petti ha catturato con precisione l’immagine
del mondo in cui viviamo, radiografando la spina dorsale della nuova
logica spaziale: arcipelago capsulare vs enclave di campi o situazioni
consimili; forme di vita protette e connesse vs vite disconnesse
e indifese. Questa tecnica del “chiaroscuro”, di cui
Israele e i Territori occupati sono il paradigma, offre un’immagine
estrema e perciò estremamente chiara della nostra difficile
condizione: il modello in bianco e nero del nostro futuro.
Lieven De Cauter, dipartimento di Architettura
e Urban Design (Asro), Katholieke Universiteit Leuven
Il
libro di Alessandro Petti è uno strumento indispensabile
per comprendere la trasformazione degli spazi in cui viviamo sotto
l’effetto dei dispositivi di controllo e di sicurezza. Nei
territori palestinesi come a Genova, a Sharm El-Sheikh come a Los
Angeles, la posta in gioco in questa nuova scienza dello spazio
è la possibilità stessa di una vita politica.
Giorgio Agamben
Alessandro
Petti
(Pescara 1973)
Architetto urbanista e ricercatore, ha conseguito il dottorato di
ricerca in Urbanistica presso l’Università IUAV di
Venezia. Ha curato progetti di ricerca e mostre sulla trasformazione
della città e del territorio contemporanei, tra cui “Stateless
Nation” e “Arab Cities” con Sandi Hilal e “The
Road Map” con Multiplicity, presentati in musei e mostre internazionali
d’arte e architettura. Autore di diversi saggi apparsi su
“Domus”, “Archis” e “Urbanistica Informazioni”,
ha curato, insieme a Sandi Hilal, il libro senza stato una nazione
(Marsilio, Venezia 2003). |
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| onprint:.... Stefano Converso / SHOP WORKS. Collaborazioni costruttive in digitale
n questo libro l'attività di ShoP architects è assunta a caso emblematico delle aree di ricerca, delle applicazioni e anche del crescente successo di uno studio statunitense focalizzato sulle tecniche digitali di costruzione e progettazione. Quello che caratterizza ShoP è un atteggiamento rivolto all'ascolto e alla collaborazione con i diversi attori del processo edilizio. Una forte carica sperimentale caratterizza le opere con una ricerca figurativa in una dimensione contemporanea e digitale rivolta alle vibrazioni e variazioni dei componenti. E la bellezza delle opere è tanto più rilevante proprio perché strettamente connessa agli aspetti pragmatici e tecnologici del fare architettura e alla ricerca di nuove strade inventive.
«We are not style driven, we are practice driven». Questo dichiara William Sharples, uno dei cinque soci dello studio SHoP di New
York. La nota che caratterizza il lavoro di SHoP (acronimo dei cognomi dei cinque soci fondatori, Coren, Christopher, William Sharples, Kimberly Holden, Gregg Pasquarelli) sembra essere quella di reazione a un certo eccesso di formalismo che ha caratterizzato alcune delle prime sperimentazioni sul digitale. Si tratta di una reazione che arriva “dall’interno” della questione digitale e non dall’esterno, entrando nel merito della tecnica informatica e mettendola a confronto diretto con il caotico mondo del processo edilizio, con tutti i problemi, ma anche la vivacità che questo confonto comporta. (un estratto dal libro)
Collana: IT Revolution in Architettura
Anno Copyright: 2008
Numero pagine: 96
Prezzo: € 14,00 |
 |
in
libreria :....
di Antonello Marotta,
Paola Ruotolo
"Arie
italiane"
Edilstampa
2006, pp96, €14,00
Il
libro che avete tra le mani è il frutto di una ricerca che
i curatori Antonello Marotta e Paola Ruotolo hanno condotto insieme
a Rosetta Angelini, Giovanni Bartolozzi, Antonia Marmo e Italia
Rossi sulla scena dell'architettura italiana che guarda, anche se
con attenzioni e angoli molto diversi, al rapporto con il mondo
della Rivoluzione Informatica. Il libro è l'esito di un comunicazione
diretto con i diversi studi e dal successivo confronto tra le realtà
progettuali e le ipotesi critiche degli autori. Il pregio della
ricerca si compendia in una raccolta veramente interessante, io
credo, di realizzazioni, di progetti, di installazioni. Non vuole,
né poteva essere data la dimensione stessa del volume, uno
studio sulle diverse interpretazioni che sono emerse in questi anni
sulle linee di ricerche dei nuovi architetti. Né vi sono,
collegati al libro, manifestazioni espositive, cataloghi o raggruppamenti
editoriali più o meno autoreferenziali. Lo sforzo degli autori
è fornire un quadro per quanto possibile oggettivo del meglio
che gli architetti della generazione che oscilla attorno ai quaranta
anni e che si interessa di Informatica in Italia è in grado
oggi di offrire al nostro Paese.
Guardando
il corpo delle illustrazioni e leggendo le didascalie di Angelini
il lettore può esprimere se vuole ulteriori giudizi su quanto
qui presentato o che è stato omesso perché ritenuto
non pertinente al taglio della collana e al tipo di libro. Bisogna
dire però, per non eludere l'argomento della collana che
cinque possono essere le relazioni tra gli architetti e i temi de
"La Rivoluzione Informatica. Il primo, certamente il più
epidermico, riguarda la maniera con cui le "nuove presenze"
dell'immagine elettronica che ci circonda in mille occasioni nel
mondo d'oggi si riversano in alcuni motivi del progetto architettonico.
Mi riferisco ai temi del mapping e della superficie, alla compresenza
dinamica tra diversi layer figurativi e funzionali del progetto,
ai temi della frammentazione delle masse, ad una stessa multivalente
e obliqua luce che illumina concettualmente queste nuove architetture.
un
estratto dalla prefazione di Antonino Saggio
disponibile on line su arch'it:... go
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| sito
:...http://www.edilstampa.ance.it/Arie_Italiane.htm |
www.edilstampa.ance.it |
in
libreria :....
di
Wu
Ming
Manituana
Einaudi
Stile libero Big 2007, pp. 618, €
17,50
Una
storia di esodi e ritorni, battaglie e incantesimi, ascese al cielo
e spedizioni agli inferi. Una storia che attraversa l'Atlantico,
dalle foreste americane ai bassifondi di Londra. Una storia dalla
parte sbagliata della Storia.
1775. In Massachusetts la tensione tra impero britannico e colonie
del Nordamerica diventa guerra aperta.
Nella
colonia di New York le Sei Nazioni - o "Confederazione della
Grande Pace" - devono scegliere se combattere, e con chi.
Nella
valle del fiume Mohawk vive un mondo meticcio. E' una grande comunità
di indiani, irlandesi e scozzesi, fondata da Sir William Johnson,
Sovrintendente agli Affari Indiani nominato da re Giorgio. I rumori
della guerra arrivano da Boston e si fanno più vicini, antichi
legami si rompono, la terra che Sir William chiamava "Irochirlanda"
diviene teatro di odio e rancori.
Il
capo di guerra Joseph Brant Thayendanega dovrà scegliere
e partire, condurre il suo popolo lontano, spingersi oltre il mondo
che ha sempre conosciuto.
Dopo
anni di ricerche e scrittura, la nuova narrazione dell'officina
di cantastorie nota coi nomi «Luther Blissett» (ieri)
e «Wu Ming» (oggi). Un romanzo epico sulla nascita di
una nazione e lo sterminio di molti mondi possibili
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in
libreria :....
di
Aa.Vv.
Voi
siete qui Sedici esordi narrativi
(a
cura di Mario Desiati)
Minimum
fax 2007, pp. 264,
€ 12,50
Dopo
il successo della Qualità dell’aria, minimum fax propone
una nuova antologia di narrativa, nello spirito più tipico
della casa editrice: la ricerca e la scoperta dei nuovi scrittori.
Dagli esordi più interessanti pubblicati su rivista nel 2006
Mario Desiati, con la collaborazione della redazione di minimum
fax, ha selezionato in Voi siete qui sedici autori su cui scommettere
nel prossimo futuro. Si tratta di racconti e reportage narrativi
che – dall’immaginario suicidio di Paris Hilton ipotizzato
da Giancarlo Liviano al mondo delle officine meccaniche che «preparano»
le auto della camorra napoletana descritto da Piero Sorrentino –
offrono uno spaccato delle novità in arrivo sul panorama
letterario italiano.
La
scelta di scrittori inediti tenta uno schizzo sulla possibile scena
futura della narrativa italiana. E tali «promesse editoriali»,
per l’audacia e l’eterogeneità, tracciano il
solco di un’operazione paragonabile alle più rivoluzionarie
del nostro passato recente: Nuovi Argomenti negli anni Cinquanta,
il Gruppo 63 nei Sessanta, i Franchi Narratori negli anni Settanta,
le Under 25 di Tondelli negli Ottanta, «Ricercare» nei
Novanta... e oggi Voi siete qui.
Il
ritorno al raccontare secondo quella che il padre di Nuovi Argomenti,
Moravia, chiamava letteratura "esistenziale": che parla
di passioni, di emozioni, di corpi e anime. Ottimo Giuseppe Montesano
- L'Unità / Approdata nella trasmissione Le invasioni barbariche,
di Daria Bignardi, l’antologia Voi siete qui, presentata a
Roma in una serie di incontri e party nei giorni precedenti e lanciata
in anteprima assoluta da Fahrenheit su Rai Radiotre, a metà
gennaio, è già un caso editoriale Enzo Mansueto -
Corriere del Mezzogiorno / Il nuovo ruolo del romanesco nella letteratura,
da Gadda a Voi siete qui Christian Raimo - Liberazione .
gli
Autori:... http://www.minimumfax.com/persona.asp
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in
libreria :....
di
Mario
Desiati
Vita precaria e amore
eterno
Mondadori
Strade blu 2006,
217 p., € 15,00
| "C’è
un modo di combattersi sfiniti, abbracciati contro le corde, che hanno
soltanto i figli che adesso hanno trent’anni coi loro padri
e le loro madri. È un modo di fronteggiarsi un po’ pesti,
un buttarsi tra le braccia dei familiari che per metà vorrebbe
colpire e per l’altra metà vuole soltanto chiedere asilo.
E c’è un modo di fare o non fare recriminazioni che ha
molto a che vedere con la rassegnazione, da una parte e dall’altra,
e che diventa un po’ un colpire alla cieca. C’è,
in definitiva, un modo di essere famiglia che non è mai stato
così prima di adesso, e dall’altro lato un modo di credere
all’amore che è contemporaneamente un cercare riparo
e un resistere alle cose che davanti si disperdono frammentate. Vita
precaria e amore eterno, secondo romanzo di Mario Desiati, è
un romanzo commovente perché mette in scena fin dal titolo
questo conflitto sfinito tra un’aspirazione a legarsi a tempo
indeterminato alle cose e un’attitudine delle cose ad andarsene,
a essere provvisorie. Precarie, appunto.
Lui è Martin Bux,
ed è uno nato a metà degli anni Settanta e poi traghettato
con armi, famiglia e bagagli in una Roma piena di contraddizioni.
Lavora in un call center sotto il livello della strada, più
simile a una fabbrica fordista che non a uno degli uffici confortevoli
delle pubblicità televisive: “Lavoriamo sottoterra.
Una finestrina, impercettibile al mondo intero, ci collega con il
resto della città. Da lì vediamo le gambe della gente,
i cani che pisciano e le ruote delle moto. È l’unico
spicchio di mondo a cui ci è consentito di assistere. Il
resto dell’ufficio non fa testo, è tutto un open space.
Una sorta di sistema solare con cerchi concentrici. Noi al centro”.
È fondamentalmente un qualunquista, moderatamente razzista,
quasi più per convenzione che per convinzione...."
un estratto da
Le vite precarie di Mario Desiati di
Andrea Bajani::...
http://www.nazioneindiana.com/2006/04/19/le-vite-precarie-di-mario-desiati/
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in
libreria :....
di
Andrea Bajani
Cordiali
saluti
Einaudi
L'Arcipelago 2005,
99p., € 9,50
Lui
è uno scrittore di lettere di licenziamento. Compone congedi
pirotecnici, appassionati e struggenti come lettere d'amore, fa
esplodere il vocabolario in una pioggia di parole d'occasione. Nei
corridoi lo chiamano il Killer, raccoglie gli elogi della dirigenza
e vede sfilare i colleghi in esubero con le scatole dei loro effetti
personali sottobraccio. Loro
sono due bambini con il papà in ospedale, che mettono a soqquadro
la sua vita insegnandogli i rituali teneri e un po' anarchici di
una dolorosa paternità d'emergenza. E in pochi istanti spazzano
via logiche di rendimento e controllo qualità, premi di produzione
e gestione delle risorse umane, come tasselli di un mosaico al contrario
in cui l'immagine poco a poco si dissolve nella sottrazione delle
parti.
«Gentile
collega,ci
consenta di ringraziarla per la fedeltà, la dedizione e l'entusiasmo
che ha dimostrato in questi anni. Non lo dimenticheremo. Da parte
nostra, le promettiamo che la sua vita fuori dall'azienda sarà
meravigliosa. E come lei sa, noi non facciamo promesse se non siamo
certi di poterle mantenere. Cordiali
saluti»
La
sua vita in azienda è fatta di giornate passate a scrivere
spumeggianti lettere di licenziamento, guardando i colleghi «in
esubero» che ripongono gli oggetti personali dentro piccole
scatole e si avviano lentamente verso casa. La sua vita fuori dall'ufficio,
invece, è l'invenzione di una paternità: un ciclone
messo in movimento da Martina e Federico, che sono troppo piccoli
per diventare grandi e aspettano il ritorno del padre dall'ospedale.
Dopo tante parole sprecate per congedare la gente, bisognerà
trovarne di intatte per spiegare a loro due che non tutte le cose
finiscono, e non tutti i saluti sono degli addii.
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in
libreria :....
di
Giuseppe Genna
DIES
IRAE
Rizzoli
24/7 2006,
762 p., € 17.50
Giugno
’81: a Vermicino Alfredo Rampi, 6 anni, è incastrato
in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano
la sua drammatica fine trasformandolo in un’icona mediatica,
Alfredino. L’Italia non lo dimenticherà mai più.
Nelle stesse ore: la scoperta delle liste della loggia P2, il processo
Calvi, l’edificazione della città satellite di Milano
3 a opera dei fratelli Berlusconi. È l’alba di una
nuova Italia, rammodernata e corretta. Da chi? Ignara delle proprie
ombre, la nazione-Titanic vara il suo decennio più patinato,
gli Ottanta. Sulla scia, sballottati dalla Storia che nei decenni
successivi stravolgerà il mondo — 1981-2006: la caduta
del Muro, Tangentopoli, l’Iraq — galleggiano i personaggi
di questo romanzo. Paola C., in fuga da un indicibile dramma, attraversa
il tetro sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di
Amsterdam. Monica B. vive la parabola ben poco spirituale della
buona borghesia milanese. Giuseppe Genna dalla claustrofobia del
suo alloggio abusivo tiene a bada gli spettri della sua famiglia
e quello di Alfredino, che lo condurranno alla scoperta di un mistero
inafferrabile. E usando un congegno per l’intercettazione
della voce dei morti, scrive un libro segreto che profetizza le
sorti della specie umana, fino all’estinzione del pianeta.
Romanzo epico, proiettato su un teatro umano vastissimo, DIES IRAE
si candida a ricoprire in Italia il ruolo di Underworld di DeLillo.
È l’affresco vivo, ironico, disperato di venticinque
anni di storia collettiva e individuale. Di personaggi che si aggirano
appena fuori dalla storia o dietro le sue quinte, di generazioni
che hanno rotto il patto che le lega e cercano disperatamente di
restaurarlo. Un romanzo storico, borghese, sottoproletario, horror,
metafisico. Che muove guerra alle certezze della storia e della
mente, e non fa prigionieri.
Giuseppe
Genna è nato l’anno, il giorno, il minuto e
il secondo dell’esplosione della bomba di piazza Fontana.
Ha lavorato a Montecitorio ed è entrato in contatto con i
Servizi Segreti, che gli hanno detto: “Per proteggerti, o
taci su tutto o racconti tutto”. Ha scelto la seconda opzione.
Quando Alfredino è morto nel pozzo di Vermicino, nei giorni
in cui Gelli fuggiva ed esplodeva lo scandalo P2, il cadavere dello
zio di Giuseppe Genna veniva riesumato: era indecomposto. Di qui,
una storia di orrore e contatti medianici |
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in
libreria :....
di
Babette
Factory
2005
dopo Cristo
Einaudi
Stile libero 2005,
402 p., € 15,80
| 2005,
il presente come il primo dei giorni: un Paese deve scegliere se
morire o salvarsi. Un appassionante thriller politico, la commedia
finale dell'Italia contemporanea.
Il vecchio Sinisgalli trama per dirottare
il destino collettivo d'Italia. Un gruppo
di giovani rivoltosi imbevuti di miti televisivi, due inquietanti
registe underground, un killer improvvisato,
un conduttore di successo che parla
col suo pubblico interiore convergono al centro di una storia piú
grande di loro. Da una vorticosa sequenza di raduni massonici, missioni
in Estremo Oriente e feste situazioniste, un universitario innamorato
si ritrova infine faccia a faccia con il presidente Berlusconi.
"Non
verrà sbandierato come il manifesto letterario della nuova
generazione trentenne, perché manca la provocazione furba,
né scalerà le classifiche come le confessioni hard
di qualche adolescente, perché non è studiato per
fare scandalo. In compenso il primo libro di questa garage band
letteraria che si fa chiamare Babette Factory, 2005 dopo Cristo
racconta l'Italia del berlusconismo e la generazione che dal berlusconismo
è stata plasmata, come nessun altro aveva saputo fare prima.
Di sfuggita, sfodera anche una curiosità stilistica non modaiola
e non riducibile all'ansia di far tendenza, quella che latita nella
maggior parte dei libri che si assicurano titoloni e premi con l'astuzia.
A scrivere, alternandosi ma con notevole compattezza e omogeneità,
sono quattro autori: Christian Raimo, Francesco Pacifico, Nicola
Lagioia e Francesco Longo. Solo l'ultimo è al suo esordio
letterario: gli altri hanno tutti uno o più titoli alle spalle,
pubblicati negli ultimi anni. Il decano del gruppo ha trentadue
anni, il più giovane ventotto. Sono nati con l'Italia del
biscione, cresciuti in quella dell'arrembaggio al palazzo del Cavaliere,
della sua centralità assoluta come leader politico e ancora
di più come modello antropologico. Non c'è da stupirsi
se sanno cogliere il ritmo profondo di un paese che sembra ruotare
sempre intorno a Silvio Berlusconi, un'Italia in cui l'identità
politica si divide per simpatie o antipatie nei confronti dell'uomo
di Arcore e quella culturale lo prende a modello anche quando mira
a contrastarlo." un estratto dalla
recensione di Andrea Colombo apparsa sulle pagine de "il Manifesto"
Babette
Factory:.... Christian
Raimo
(Roma, 1975), è autore delle raccolte di racconti Latte (minimum
fax, 2001) e Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in
coro? (minimum fax, 2004). Francesco
Pacifico
(Roma, 1977) ha pubblicato il romanzo Il caso Vittorio (minimum
fax, 2003). Francesco
Longo
(Roma, 1978) è al suo esordio letterario.
Nicola
Lagioia
(Bari, 1973) è autore dei romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi
di Tolstoj (minimum fax, 2001) e Occidente per principianti (Einaudi,
2004).
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in
libreria :....
di
Thomas
Pynchon
L'
arcobaleno della gravità
Rizzoli
1999,
976 p., € 11.36
| Città
Paranoia: pubblico un breve estratto dal dialogo tra
Pointsman e Gwenhidwy, architettura
e letteratura nella scia del Razzo
“ Noi non siamo indispensabili,
quelli del West End, quelli a nord del fiume invece sì. Oh,
con questo non voglio certo dire che la Minaccia ha una certa forma.
Una forma politica. No, il punto non è questo. Se la Città
Paranoia sogna, non siamo certo noi a poter sapere cosa sogna. Forse
la Cit-tà ha sognato un'altra città, una città
ne-mica, ve-nuta dal mare, per invadere l’estuario…
o ha sognato delle onde d’oscurità…di fuoco…
Forse ha sognato di essere inghiottita di nuovo dal Continente Madre,
immenso, silen-zioso. Comunque, quello che sogna la città
non è affar mio…E se la cit-tà
fosse invece un neo-plasma vivo, cresciuto nel corso dei secoli,
cam-biando sempre forma, fino a raggiungere esattamente la forma
con-giante delle sue paure peggiori, più segrete? Noi,
pedine cenciose, alfieri disonorati, cavalli pusillanimi, siamo
tutti condannati, perduti irrimediabilmente, abbandonati quaggiù,
esposti al pericolo, ad a-spettare.”
Alcuni
siti rintracciati qua e là nella rete:il
primo, una personale versione/visione illustrata del romanzo ad
opera di Dr.Daw’s:… http://www.themodernword.com/gr/
Il secondo – un lavoro davvero straordinario-
indicizza l’immaginario visivo di riferimento di Gravity's
Rainbow:...
http://www.english.mnsu.edu/larsson/grnotes.html
Scritto
nel 1973, Gravity's
Rainbow
è riconosciuto come il capolavoro di
Thomas Pynchon.
Il libro suscitò scalpore per l'enciclopedismo e il virtuosismo
linguistico che lo caratterizzavano e fu anche definito "uno
dei più grandi romanzi storici del nostro tempo". L'ambiente
storico - l'Inghilterra e l'Europa negli ultimi anni della seconda
guerra mondiale - diventa la scena su cui si rappresenta la condizione
esistenziale di tutta l'umanità, la V2 - l'arma di rappresaglia
hitleriana - diventa l'emblema del nuovo tipo di minaccia che incombe
su di essa.
Nella sua discesa ad arco guidata dalla forza di gravità
il razzo infrange idealmente e materialmente il patto intercorso
tra Dio e Noè dopo il diluvio, la promessa che non vi sarebbe
più stata distruzione sulla terra. Il castigo inflitto agli
uomini questa volta non sarà la morte fisica, o almeno non
solo quella, ma la "trasformazione silenziosa, neutrale, in
macchine di indifferenza" che il razzo stesso rappresenta.
In questo scenario si muove la figura del protagonista, Tyrone Slothrop,
alla ricerca di un misterioso Razzo 00000.
THOMAS
PYNCHON
è nato a Glen Cove, vicino a New York, nel 1937. È
autore di romanzi diventati classici nella letteratura americana,
tra cui, oltre a V., L’arcobaleno
della gravità, Vineland,
Mason & Dixon (pubblicati in Italia da Rizzoli).
Vive appartato e non appare | |